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L' importanza del linguaggio


“Ragazzi, guardate, io posso capire tutto, ma per favore non venite qui sbagliando i termini tecnici. Vi fidereste di un medico che scambia l’artrite con l’artrosi? Ecco! Se fate una cosa così ci vediamo poi la prossima volta!”


Ah, che bei ricordi l’Università.

Ricordo queste parole da un video che la Professoressa di Diritto di Famiglia inserì sul portale studenti prima dell’uscita del calendario esami. All’epoca, quando ero ancora all’inizio del mio percorso di studi ed assolutamente poco avvezzo ai linguaggi tecnici, queste parole mi diedero non poco fastidio; “che pesantezza”, mi dissi, interpretando la raccomandazione della Docente come un inutile esercizio di stile, una strategia per impaurire e, perché no, un segno evidente di una malattia spesso presente all’interno delle aule Universitarie: la sindrome da carenza di simpatia.

Chiaramente mi trovai a studiare per l’esame con la gioia nel cuore, dicendomi che poi, tanto, una volta arrivato nel mondo del lavoro a nessuno sarebbe interessata più di tanto la terminologia tecnica, tantomeno tra colleghi o negli spazi di consulenza con le famiglie.

Quanto mi sbagliavo.

Il linguaggio tecnico, infatti, è spesso tutt’altro che un esercizio di stile. E adesso provo a spiegarvi il perché.

Per capire come mai sia necessario fare attenzione alle parole, è importante fare un passo indietro e chiederci: cosa è il linguaggio? Come nascono le parole? Nascono prima le parole o i pensieri? E, soprattutto, Le parole che usiamo influenzano il nostro pensiero?


Come primo elemento, possiamo sostenere che il linguaggio sia uno dei nostri tratti distintivi. Noi siamo, infatti, gli unici animali che hanno il potere di utilizzare la parola, sia scritta che parlata, come codice di linguaggio, e rappresenta quindi la base, il nucleo del nostro essere umani. Attraverso le parole ci identifichiamo, descriviamo la realtà e di essa definiamo quello che ci piace e quello che non ci piace, quello che ci fa stare bene e quello che, invece, ci fa soffrire. Ci innamoriamo, delle parole.

Un altro punto interessante riguardo al linguaggio è rappresentato dal fatto che quando nasciamo non possiamo parlare ma siamo già pienamente immersi nelle parole, anche se sono quelle degli altri, che si rivolgono costantemente a noi, permettendoci di iniziare fin da subito a familiarizzare con i suoni e con le modalità di comunicazione che un giorno, crescendo, faremo nostre.


Da un punto di vista più tecnico, invece, è possibile analizzare in che modo il linguaggio e i pensieri interagiscono tra loro. Per Morin, ad esempio, non esiste una gerarchia pura, ma si tratta di un rapporto complesso di costante interazione ciclica tra ciò che pensiamo, che è immaginazione, ed il modo in cui riusciamo a trasformare questi concetti in qualcosa di concreto attraverso le parole (mediazione culturale), in un costante processo di affinamento e costruzione tra gli elementi costitutivi dell’essere umano, ovvero la natura (il pensiero) e la cultura (il modo in cui lo arricchiamo di significato e lo esprimiamo). In questo senso, si tratta allora di un’influenza costante di un elemento sull’altro che ci permette di evolvere le nostre capacità di pensiero e, conseguentemente, di evolverci.

Una volta fatto questo ragionamento, che è alla base del rapporto tra l’essere umano ed il mondo che lo circonda, possiamo iniziare a capire quanto il linguaggio che utilizziamo sia in realtà indicatore del nostro pensiero e come, viceversa, modificare le parole possa rappresentare un’importante elemento di riflessione e crescita. Proviamo a fare un esempio:

Nell’ambiente dello 0-6 (quindi parliamo di Nido e Infanzia), viene spesso dibattuto il termine corretto da utilizzare per l’ingresso dei bambini all’interno di un nuovo spazio. Per anni si è utilizzata la parole “inserimento” mentre, ad oggi, è preferibile parlare di “ambientamento”.

La logica che sta dietro a questo cambiamento è sottile, ma di fondamentale importanza. Quando parliamo di inserire, stiamo implicitamente immaginando di “mettere dentro” qualcuno all’interno di un ambiente preconfigurato, che esiste già ed è già pensato e ragionato e quindi (sempre implicitamente, perché i sistemi del pensiero sono estremamente raffinati), di conseguenza, difficilmente aperto alla modifica. Diversamente, il concetto di ambientamento contiene già all’interno di sé una riflessione profonda e rappresenta una relazione tra l’individuo che entra a contatto con un luogo ed il luogo stesso, che diventa ambiente di vita. Questa riflessione, al contrario dell’altra, comprende un potenziale processo di scambio continuo che permette al primo di modificarsi in funzione dell’altro e viceversa; non a caso, l’ambiente rappresenta in educazione il terzo educatore (Malaguzzi), avendo quindi una funzione fondamentale all’interno dello sviluppo del bambino.

La differenza tra questi due termini, che sembrano ad un primo sguardo nient’altro che sinonimi, è enorme e rappresenta due sguardi quasi diametralmente opposti nei confronti del bambino e dello spazio che lo circonda.

Mica poco, no?

Il ragionamento è simile anche per quanto riguarda lo spazio dell’educazione, all’interno del quale è costantemente attiva una riflessione sul modo in cui si comunica (quando parliamo di linguaggio operativizzabile), così anche per la Psicologia (attraverso termini come attribuzione causale o locus of control) , la Pedagogia e tutti gli altri ambiti tecnico scientifici.


Possiamo allora dire che il modo in cui parliamo, allora, è manifestazione diretta dei nostri pensieri e, sempre allo stesso modo, la scelta di utilizzare un linguaggio diverso ci permette, un po’ alla volta, di aprirci verso una crescita personale ed un cambiamento continuo dei nostri ragionamenti, in un’ottica di processo continuo di sviluppo.


Volete vedere che, alla fine, la Professoressa di Diritto aveva ragione?

 
 
 

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